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CoronaVirus. Il punto di vista dell’Ayurveda

Avevo sette anni quando partecipai al primo corso di Meditazione Trascendentale. I miei genitori lo avevano organizzato per me, mia sorella e per quella che ventun anni dopo sarebbe diventata la mia testimone di nozze. Me lo ricordo in particolare perché la puja, il rituale di ringraziamento alla tradizione, era sembrato piuttosto buffo alle nostre orecchie non abituate ai suoni dell’India. 

Così, attraverso l’ascolto di quelle frequenze sacre e rasserenanti, e durante il tempo trascorso ad allenare la concentrazione e a recitare i mantra, l’Ayurveda, uno tra i sistemi codificati di medicina naturale più antichi, era entrata nella mia vita.

Crescendo, ho avuto il privilegio di gioire dell’amicizia tra i miei genitori e il dottor Ernesto Iannaccone, traduttore e studioso degli antichi testi ayurvedici oltre che medico stimato. Ascoltavo con rispetto e curiosità ciò che mi raccontava delle sue ricerche e dei suoi viaggi e, con il passare degli anni, cresceva in me la volontà di integrare nella mia vita questa scienza così antica e così lontana, e di praticarla nella quotidianità. 

Durante una lezione online organizzata dal monastero induista Gitananda Ashram, il dottor Iannaccone ha declinato il pensiero dell’Ayurveda della tradizione ai tempi più recenti, con particolare riferimento alla pandemia in atto. Gli antichi testi, in particolare la Charaka Samhita, grande e celebre trattato antico sulla Medicina Ayurvedica risalente ai secoli che precedono l’Era Cristiana, hanno costituito il fulcro di un’analisi dettagliata e avvincente.

Nella Charaka Samhita compare un capitolo dedicato alle epidemie e focalizzato – incredibile a leggersi oggi – sull’ecologia, intesa come la scienza che studia il rapporto tra l’Uomo e l’ambiente naturale. La causa delle epidemie risiede proprio nel deteriorarsi di tale relazione. Il testo, però, non si limita a una mera, pur affascinante, analisi ma si premura di illustrare un programma di protezione della vita per coloro che sopravvivono ai periodi più tragici.

Ho quindi pensato di proporre in quest’articolo alcuni spunti di riflessione tratti dagli antichi testi e illustrati dal dottor Iannaccone che si rivelano non solo attuali, ma addirittura profetici. Chi lo desidera potrà adeguare le proprie abitudini ai consigli delle antiche scritture con il beneficio di proteggere ulteriormente la propria salute ma anche, grazie a un ulteriore slancio, adoperarsi nel suo piccolo per contribuire a un cambiamento positivo a livello collettivo.

Iniziando dall’analisi della causa delle epidemie, la Charaka Samhita spiega come, alla base del disequilibrio nelle vite di così tante persone, esista un forte scompenso tra i diversi elementi naturali, vale a dire nella relazione tra l’acqua, l’aria e la terra. L’alterazione del clima è infatti considerata un evento gravissimo dal momento che è molto difficile difendersi da essa.

Per ricercare, a livello teorico, la causa di questo disequilibrio, è necessario avanzare nella lettura dei testi fino alla spiegazione del termine Adharma, un concetto difficilmente traducibile in modo univoco ma riconducibile a fenomeni quali il disordine, i comportamenti ingiusti, l’errore umano. Il Maestro attribuisce dunque la causa delle alterazioni del clima agli errori commessi dall’uomo secondo una deduzione che si rifà al principio base dell’Ayurveda: tutti gli esseri sono interconnessi e le ingiustizie commesse da alcuni ricadono inevitabilmente sugli altri.

Analizzate le cause, è necessario comprendere che cosa fare per tutelare la salute in ottica di prevenzione, concetto a me molto caro. Anche in questo caso, le risposte giungono dagli antichi testi, in particolare dalla seguente citazione: “Per coloro che non hanno in comunione la morte e gli atti (cioè chi sopravvive all’epidemia), la Quintuplice Terapia costituisce il trattamento migliore. Sono inoltre raccomandabili l’impiego di rasayana (…) e la cura del corpo con erbe medicinali raccolte in precedenza”.

Esaminiamo dunque questi rimedi: la Quintuplice Terapia è quella che l’Ayurveda definisce panchakarma, ovvero l’insieme delle terapie di purificazione volte ad eliminare gli umori dal corpo. I rasayana sono invece una classe di rimedi, non adatti a tutti, tra i quali i più noti sono le paste medicinali. Grazie ad essi, quando il trattamento prolungato operi a livello di prevenzione, si verifica la trasformazione dell’organismo, la fortificazione del corpo e, in ultima istanza, l’allungamento della vita. Infine, le “erbe medicinali raccolte in precedenza” sono un gruppo di piante amare accomunate dal fatto di essere state raccolte prima che la terra si alteri completamente, poiché il rimedio, secondo l’Ayurveda, agisce in quanto frutto maturo delle proprietà del terreno in cui cresce.

Piccolo inciso: è doveroso ricordare che anche la nostra tradizione mediterranea possiede, nella sua antica dieta considerata stile di vita, l’indicazione di osservare periodi di depurazione grazie all’utilizzo sapiente delle erbe amare e all’astinenza dall’assunzione di determinati cibi. Inoltre, anche la nostra tradizione contemplava la preghiera e il digiuno come tecniche di rigenerazione del corpo e della mente. Purtroppo, la saggezza dei nostri usi è andata largamente perduta lasciando spazio alla pubblicità e alla fretta come direttrici delle nostre vite.

Rivolgendo nuovamente lo sguardo agli antichi testi dell’Ayurveda, oltre alle tecniche di depurazione e ai rasayana, particolare enfasi è riservata ai consigli etici e comportamentali, intesi non tanto come strumento per elevare lo spirito, quanto piuttosto come pratiche a tutela della salute. Fondamentale è l’esortazione all’osservanza del “codice di buona condotta”, un insieme personalizzato di indicazioni su come l’individuo sano dovrebbe condurre la propria vita. Questi dettami sono tanto finalizzati all’immediata applicabilità – come ad esempio le regole per una corretta alimentazione o l’illustrazione della routine igienica del mattino (massaggio con olio, gargarismi, evacuazione) – quanto focalizzati sullo sviluppo di relazioni proficue e arricchenti con i propri familiari, con i conoscenti, con le persone con cui si collabora al lavoro.

Altre regole per gli individui sani sono quelle che impongono di “dedicare la propria vita allo studio, alla sensibilità, a ciò che è bello, profondo e spirituale (…) e di stare insieme con persone che possiedono autocontrollo, con individui virtuosi, puri e stimati dagli anziani”.

La Charaka Samhita stabilisce inoltre, come necessaria, la protezione di sé attraverso la conservazione di Agni, cioè del fuoco digestivo. Per l’Ayurveda il fuoco digestivo rappresenta il principale livello di protezione all’interno del nostro corpo. Quando Agni è mantenuto forte, difficilmente accade qualcosa di preoccupante poiché la malattia s’innesta quando riesce a sopraffare il fuoco digestivo. Il medico ayurvedico raccomanda di bere acqua calda poiché, essendo affine ad Agni, lo accende e lo alimenta. Inoltre, sempre al fine di tutelare Agni, è opportuno osservare una dieta leggera e facilmente digeribile, utilizzare le spezie come lo zenzero e il cumino, mangiare agli orari giusti, non consumare cibo freddo (da frigo).

Infine, il testo indica di essere prudenti, ma di non avere paura. La paura è un’emozione forte che, in individui di natura permeabile come gli esseri umani, indebolisce le difese. La paura non è un’attitudine mentale da coltivare in nulla. E qui, non posso non pensare al nostro Papa, che venerdì 27 marzo, nel corso della preghiera, ha ripetuto più volte “Perché avete paura! Non avete ancora fede?”

Se, come stabilisce l’antica e saggia Ayurveda, siamo tutti interconnessi, sta solo a noi decidere di utilizzare la nostra energia per ridurre il disordine e l’errore umano.

Uniti ce la faremo.

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